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venerdì, 28 novembre 2008
Sei e mezza. La melodia di uno pseudo-Bach si alza prepotente dal Blackberry (perché, diciamocelo, a chiamarlo cellulare rischio che s'offende). Mi trascino fuori dal letto, con la gola in fiamme. E c'è qualcosa di strano. Il silenzio. Ora, per una qualsiasi persona che abbia le finestre che danno su un cortile interno o che abiti in un paese o anche solo in mini-strade è una cosa normale. La mia finestra dà su un controviale, rotaie di tram, viale e altro controviale. Il silenzio non c'è. Punto. Ma stamattina era tutto attutito. Strano. Silenzioso. Le poche possibilità che un enorme elicottero potesse aver sollevato e spostato il mio palazzo sono state accantonate dopo una corsa verso le finestre del soggiorno. Ventotto novembre. E a Milano è tutto bianco. E silenzioso.
Ventotto novembre duemilaotto. Ventidue anni, io. Ventitre anni tu. Un messaggio. Due messaggi. Telefonata. E siamo per strada. Perché avremo anche superato l'epoca infantile, adolescenziale e tutto quanto. Perché avremo anche già lavorato, tanto, ovunque. Perché saremo anche laureate/laureande. Ma noi, la neve, la mangiamo. E saltiamo tenendoci per mano sopra ai mucchi di neve intrisi di splendore virginale, e ci bagniamo fin dentro le ossa, e ridiamo a crepapelle. E ognuno è libero di guardarci o di pensarci con disapprovazione dall'alto della sua triste maturità auto-imposta. Fatto sta che noi, almeno, sorridiamo e ridiamo e siamo felici. Anche se, a tratti, dimostriamo una decina di anni in meno. Ci va bene così. Ci andrà sempre bene così. Sempre.
E nevica.
mercoledì, 19 novembre 2008
Succede che. Poche persone, delle transenne, un microfono. E un uomo. Imponente, canuto. Copia dell'Ungaretti sessantottino di Berengo Gardin. Un uomo che ride e canta e batte le mani. E parla. E passa lì, a due centimetri dal mio viso. E mi guarda, e mi saluta. E si chiama Dario Fo. D'improvviso pensi. Pensi che al caldo, fra affreschi ed ermellini, sta intervenendo Giulio Tremonti. In quello stesso istante, lì, al freddo pungente che risveglia le ossa e scuote i muscoli, chitarre in sottofondo e polizia schierata, sta chiacchierando Dario Fo. Genio dell'economia e premio Nobel. Non ce n'è.
Succede che. Poco dopo lasci andare. All'improvviso, come già successe mesi fa, lasci andare. E mentre, all'improvviso, metti la parola fine alla storia più importante della tua vita, trascinata per anni e anni, succede che. Tra le lacrime che bruciano gli occhi, le guance, il cervello e il cuore, sposti lo sguardo e vedi:
"sei ancora incazzata NERA?" "no, ora sono pece, prima era un grigio antracite a confronto" "ma pece è più scuro di grigio antracite?" "nero pece, grigio antracite" "sè. Sè sè." "eh cazzo lo sospettavo"
Non ti rimane che ridere, mentre occhi, guance, cervello e cuore bruciano.
È un battito di ciglia. È uno schiocco di dita. È un cuore strappato. E, per una volta, non è il mio. Forse.
lunedì, 17 novembre 2008
Che poi è l'essere stata educata al sentirsi sempre di troppo e fuori posto. E mi ritrovo giocattolo. Senza via di scampo. Giocattolo, alternativamente amato e dimenticato. In soggiorno e in cantina. Le ossa scricchiolano, troppa umidità.
E novembre sta finendo. Ancora. Quanto brucia tutto quel viola. Ancora.
Tutto rimane dentro un libro di Baudelaire. Chiuso con cura. Rimane. Ancora.
Dicembre, quasi. Ancora.
giovedì, 06 novembre 2008
Ok. Respirare. Fino a dieci. Respirare. Deglutire.
E tutto va bene.
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