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sabato, 19 luglio 2008
Una cucina sconosciuta, un corpo nascosto. Apro gli occhi, col respiro affannato. Occhi lavati, di notte.
Poco prima divani affollati e ore senza pensieri. E grazie.
Poco fa il cielo acceso su Milano, note che vibrano nell'aria, piano. Palloncini rossi nel cielo. Rapitemi. Le luci si accendono all'improvviso, le note si affollano, centinaia di persone esplodono contemporaneamente. Si può gridare, si può saltare, si può spingere chi non si conosce. Ci si può liberare dai fantasmi, anche solo se per poche manciate di tempo. Ognuno con i propri demoni da esorcizzare. Sembra quasi di contare qualcosa lì in mezzo. Sembra quasi che io abbia una qualche funzione, finalmente. Solo io, senza una faccia forzatamente sorridente, senza compostezza acquisita, senza essere invisibile ma nemmeno vista, senza far costantemente luccicare la mia stupidità. Io, lì in mezzo, non sono nient'altro che io. Con tutto il mio dolore, con tutta la stanchezza, con tutta la mia eterna rabbia. Non dissimulo, non mi piego a comportamenti istrionici, non sono nient'altro che io. Io che pochi vogliono vedere. Io che pochi possono vedere. E, con tutta la rabbia e il dolore che esplodono senza dare nell'occhio, sto dannatamente bene. Poi, alla fine, le luci si spengono. Riscatto, liberazione. I Subsonica salutano e ringraziano e grazie a voi, in realtà, e applausi su e giù dal palco. Respiro, chiudo e apro gli occhi. E tutto ricomincia. Io con il mio eterno dolore che nessuno riesce a capire semplicemente perché in pochi credono al fatto che una persona come me possa soffrire davvero. E questi pochi non riescono a non sminuire ogni dolore diverso dal loro. A volte vorrei essere ostaggio perenne.
Ma i morti restano morti. Anche nei sogni. Rimane solo sudore, e lacrime e fiato corto. E notti in bianco.
Non vedo più nessun male che mi possa ferire Almeno per stanotte non c'è nessun dolore. Un solo momento. A volte basta per riprendere fiato.
[E' solo che vorrei un braccio intorno alle spalle e il tuo respiro sulla mia fronte, stanotte. E i tuoi occhi nei miei, a sorridermi e a dirmi che tutto andrà bene d'ora in poi.]
domenica, 06 luglio 2008
Un assolo di chitarra interrompe la voce calda e profonda. Mi fermo, alzo la testa. Le braccia lungo il corpo. Il cielo non si è ancora spento su San Siro. Mi giro. Gli anelli stracolmi sono illuminati da accendini. Intorno ognuno si stringe a qualcuno d'altro. Sorrido, e il mio braccio scivola su un fianco non mio. La mia testa appoggiata nell'incavo tra collo e spalla, non mio. La voce riprende a cantare. Sorrido, e sto dannatamente bene. Gli occhi inumiditi. Sporca, sudata, bagnata, stanca, sto dannatamente bene. A San Siro, noi, ancora. Ascoltando parole che entrano dentro e smuovono il passato, i ricordi. Parole che si materializzano in giornate di sole in campagna, in banchi di scuola stracolmi di fogli e libri e vocabolari di greco, in serate passate a guidare e a sgolarsi, in balli casalinghi, in sole e pioggia e neve. Ricordi di te e di me. Ricordi così dolci da far male.
A San Siro, noi. Uscendo con le gambe a pezzi e la gola arsa. Camminando senza fretta e con una meta lontana. Canticchiando da anni, per anni. A San Siro, noi. Fra trent'anni.
Con tutto l'amore.
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